RAI Nuova Musica 2014

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01.03.2014, ore 21, Auditorium “Arturo Toscanini” di Torino. Direttore: Marco Angius

Emanuele Casale, A Victor Hugo Daza (2006), per orchestra

Nota di sala 

Dopo il compimento degli studi di composizione e di musica elettronica, Emanuele Casale ha seguito fra l’altro corsi di Aldo Clementi e di Salvatore Sciarrino, e si è rapidamente affermato con una poetica del tutto indipendente da quelle di entrambi questi maestri. La sua musica si è imposta sotto il segno di una volontà di “essenzialità” intesa come nitida concisione, energia, ricerca di idee trasparenti, non prive di diretta immediatezza, e non estranee ad una componente ludica: una musica che “riunisce azione giocosa e una sorta di sistema sonoro geometrico ad incastri: un flusso continuo di microcellule tematiche aggrovigliate e micro-temi con pseudo-imitazioni ininterrotte”, come ebbe a dichiarare il compositore.

All’inizio le opere di Casale portavano spesso titoli astratti, ad esempio il numero che definiva il posto occupato nel catalogo. Così porta il semplice titolo 6 il pezzo che la Fenice gli aveva commissionato per proporlo nella settimana di inaugurazione del teatro ricostruito dopo l’incendio, nel dicembre 2003. Questa consuetudine si è interrotta con il pezzo in programma oggi, e le opere successive portano quasi tutte un titolo non astratto. Nel caso di A Victor Hugo Daza, commissionato dall’Orchestra Sinfonica Siciliana e composto nel 2006, il titolo è una dedica che non può lasciare indifferenti.  Victor Hugo Daza era, ricorda Casale nel suo testo sul pezzo, «un diciasettenne boliviano ucciso mentre scioperava contro la privatizzazione dell’acqua (il popolo non poteva costruire nemmeno degli invasi per raccogliere acqua piovana)». Alla dedica si può collegare un carattere che fa assumere a questo pezzo una posizione particolare nel catalogo di Casale. Il compositore qui si confronta con la tradizione sinfonica classica, ripensandone alcuni aspetti in chiave personale, come in “una specie di gioco con il sinfonismo del passato”. In questo progetto convergono due motivazioni di natura diversa, esplicitate nel titolo e nel sottotitolo (A Victor Hugo Daza. Omaggio a Respighi) e in una frase sulla pagina posta di fronte alla prima della partitura: «La musica è un omaggio a Respighi. Dedicato al diciassettenne Victor Hugo Daza, ucciso in Bolivia per difendere l’acqua della sua città».

Il pezzo vuole avere un carattere più “popolare”, rispetto ad altri di Casale, perché si tratta di una composizione «dedicata a un ragazzo del popolo nel vero senso del termine. Volevo che i suoi genitori, molto sprovveduti in fatto di musica, riuscissero a comprendere qualcosa di ciò che avevo scritto», ha precisato il compositore rispondendo a una mia domanda. E il progetto si è incontrato con l’intenzione che Casale aveva da tempo di dedicare un pezzo a Respighi: «quando ho pensato a una musica più “popolare”, ma nello stesso tempo con un suo particolare spessore, mi è venuto in mente lui. Mi piaceva l’idea di accostare due persone così differenti sotto un medesimo carattere vagamente “popolare”».

L’omaggio a Respighi non comporta citazioni dirette; ma si potrebbe forse dire che il compositore bolognese viene evocato in modo allusivo, attraverso alcuni gesti vigorosi (per esempio degli ottoni) o lirici, che lasciano trasparire l’allusione eppure appartengono a Casale. «Volevo richiamare un senso di rivolta festosa insieme a un tipo di orchestrazione “nostalgica”, non tralasciando comunque degli elementi più personali». Che si riconoscono fra l’altro, mi sembra, nella precisione di certe fitte costruzioni contrappuntistiche, nella densità carica di energia. Il pezzo si caratterizza per una particolare evidenza di contrasti, tra esplosioni sonore e zone di delicato lirismo. E su tali contrasti richiama l’attenzione anche il testo di presentazione di Casale, che, dopo aver spiegato la dedica al giovane boliviano, osserva:

“L’orchestra è trattata in modo da generare l’eco della tradizione sinfonica. Il lavoro esordisce in modo quasi trionfale, si sviluppa con colori piuttosto vari, macigni e carezze. Poi sprofonda in un sorta di baratro di legni e ottoni, come se fosse un potente oblio”. E si conclude “secco e violentissimo” con un fortissimo (ffff) di pianoforte e percussioni.

[Paolo Petazzi]