Buongiorno stanza Audace: articolo sul Blog /nu/thing

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Qui di seguito un articolo sul brano per orchestra Buongiorno Stanza Audace, pubblicato nel blog Nuthing.
“Tempo fa, su queste stesse pagine, si parlava di “scavare”.
Scavare per me vuol dire cercare, modellare, impregnarsi, annullarsi e ricrearsi ogni istante dedicato alla “creazione”. Anelare a quel che non si conosce. Immaginare il nero per (ri)colorarlo lentamente.
Prosciugarsi. Perdersi. Rifiorire.
Questo processo è un loop continuo. È insito nella vita di un compositore, o di un qualsiasi creatore. È una evoluzione naturale che ci porta da uno stato vegetativo all’altro. Ci distrugge e ci ricrea. E l’ordine è dettato dal suono. “L’ordine del fenomeno sonoro è primordiale: vivere quest’ordine è l’essenza stessa della musica”, lo diceva Boulez.
Credo che vivere quell’ordine sia innanzitutto un viaggio. Un continuo errare attraverso luoghi offuscati, incapsulati in una dimensione parallela, come in un treno. Dove tutti gli elementi ci scorrono rapidamente davanti, come in uno schermo, ad un ritmo disumano ed una velocità inafferrabile.
E’ solo grazie alla nostra percezione che riusciamo a cogliere quante più informazioni possibili. Certe volte invece si va alla cieca. Le zone d’ombra, i luoghi offuscati, appaiono solo neri. Si gioca d’intuito. Io stesso dico sempre che quando compongo scrivo quello che non conosco.
Emanuele Casale è uno di quei compositori la cui musica appare immediatamente “lucida”, determinata da elementi che fin dal primo ascolto lasciano dei residui estremamente forti da smaltire. Restano dentro come schegge. La sua musica, come tutte quelle “scavate” non si metabolizza in fretta, ma destano quesiti, dubbi. E molte di quelle schegge rimangono conficcate.
Il brano qui proposto è “Buongiorno Stanza Audace” per grande orchestra. Composizione che risale al 2010, commissionato dalla Biennale di Venezia, fu eseguito dall’Orchestra Mitteleuropa con Andrea Pestalozza sul podio. La registrazione presente su Youtube è quella della prima esecuzione.
Ciò che colpisce e incuriosisce immediatamente è quel gusto (o retrogusto) per certe armonie diatoniche che già dall’inizio, dopo un tutti orchestrale che accenna ad un attacco fortemente figurale, catturano l’orecchio. Ecco, l’udito qui tende, anzi si protende. Il tempo s’annulla.
Degli accordi striscianti affidati agli archi rimangono lì in alto, sospesi. Densi.
I movimenti sono estremamente lenti, quasi pesanti, scivolano e si incastonano l’un l’altro. Alcuni fremiti appaiono quasi d’improvviso. Accenni di un tutti orchestrale reminiscente del principio. Un marchio di fabbrica che ricorrerà spesso durante tutto l’arco del pezzo.
L’orchestrazione è raffinata, piena di spunti personali. La massa non è solo unità di corpi, è pensiero. L’impasto timbrico non è solo colore, è fusione equilibrata.
Non a caso ho scelto un brano orchestrale, credo che sia il primo che si propone su questo blog da quando abbiamo iniziato. Già, l’orchestra, il grande “mostro”. L’impatto col sinfonismo è spesso devastante. Gestire la grande massa, modellarla secondo il proprio pensiero e secondo le proprie attitudini, è un lavoro arduo.
Uno dei principali problemi é sicuramente il timore di “cadere” in gestualità sonore estremamente accademiche, o comunque che richiamino impasti, movenze timbriche, gestioni armoniche “già sentite”.
Di fatti, lo stesso autore, nelle sue note introduttive al pezzo, parla di “cercare di abbandonare paure della propria educazione musicale: timori della consonanza, della ripetizione, delle figure sonore ‘esplicite’ sotto il profilo estetico…”.
Come compositore mi sento molto vicino a questo tipo di approccio tecnico ed estetico. Tutti noi, nel bene o nel male, viaggiamo con un peso ed un timore continuo: il rapporto col passato.
In questo lavoro mi sembra che Casale cerchi, attraverso lenti disegni e una “marmorea” gestione del tempo, di fuggire, o forse di eludere, allargandosi sempre di più, questo vincolo col passato, che pur ritorna in un certo utilizzo di strati tonali e ritmici sovrapposti, amalgamati sapientemente con un “delicato flusso di lenti grovigli”. Una texture decisamente accattivante.
Anche l’approccio formale mi pare molto interessante, una lunga linea curva, con un sviluppo costante del materiale e una sorta di micro-sezioni interne che sono spesso scandite da ritorni gestuali piuttosto marcati per poi scivolare pacatamente verso risonanze sempre più lontane.”
Raffele Grimaldi